Mi fido?

Caro/a giovane in ricerca, il Signore ti dia pace!

Oggi desidero sostare con te sul tema della fiducia nel cammino vocazionale: lo faccio a partire da una meditazione di Amedeo Cencini, padre canossiano e psicologo. Padre Cencini, partendo dalla constatazione odierna che la scelta vocazionale nei giovani è in crisi, sottolinea come questa sia condizionata da una mancanza di fiducia che rende difficile, se non addirittura impossibile la scelta. Senza fiducia è molto difficile decidersi, specie quando si tratta di intraprendere un cammino vocazionale, qualunque esso sia. Ti propongo allora questo: se sperimenti questa fatica, se hai dei dubbi o delle domande sulle scelte giuste da fare nella vita e che meritano un confronto, non aspettare che il tempo scivoli via,  scrivimi o contattami. Un confronto vale sempre la pena… Buona riflessione!

frate Nicola frate.nicola@gmail.com

Fiducia, in un senso ancora molto generale, vuol dire un atteggiamento complesso interiore, un modo di guardare a sé e al mondo, agli altri e a Dio, come una percezione-intuizione d’una sostanziale positività dentro e attorno a sé, legata all’io e al tu, a qualcosa di vero-bello-buono che m’attira e che avverto di poter raggiungere o che comunque sento amico e accogliente.

Lo specifico della fiducia è espresso ancor meglio dal verbo che la esprime: mi fido. Che sta a significare, fondamentalmente quattro cose o sensazioni:

  • Anzitutto la combinazione di queste percezioni positive: verso l’io e il tu, verso la realtà esterna e la realtà stessa che mi sta dinanzi o che in qualche modo m’attrae (come ad esempio una scelta di vita); l’importante è che queste sensazioni siano avvertite assieme, ovvero l’autentica fiducia è un atteggiamento globale, universale (se uno non si fidasse almeno un po’, implicitamente o esplicitamente, di sé e delle sue capacità, degli altri e del loro senso di rispetto, della terra e della sua fecondità, di Dio che nutre e feconda la terra, non pianterebbe mai un albero; così come se due genitori non si fidassero l’uno dell’altro, ma anche della vita attorno a sé e di Dio, datore della vita, non si metterebbero mai a far figli).
  • Nel gesto del fidarsi, c’è anche la percezione di qualcosa che sfugge al controllo del soggetto (come quando uno si trova dinanzi a scelte che toccano il suo futuro che evidentemente non conosce, oppure quando la scelta coinvolge un’altra persona), o qualcosa che non è del tutto motivato razionalmente, o qualcosa di difficile per le proprie capacità, quasi d’irrealizzabile in prospettiva futura (ad es. Maria di fronte all’Angelo che le rivela il piano “impossibile” di Dio su di lei);
  • Nel primo caso la fiducia è come un dar credito all’altro (di cui mi fido), il fidarmi del quale equivale come a un consegnarmi nelle sue mani, ad affidarmi a lui, ad abbandonarmi (ad es. il matrimonio o un’amicizia, ma soprattutto l’innamoramento è fiducia alla radice e al massimo grado, così pure l’atto di fede è “fatto” di fiducia, e il bambino che si fida della madre ne è l’esempio più chiaro); nel secondo caso il fidarsi assomiglia a una scommessa, come un colpo di testa cui è legato un rischio (es. Pietro che getta le reti dall’altra parte della barca fidandosi della, o scommettendo sulla, Parola del Maestro; ma anche la scelta vocazionale sa di scommessa, non tanto su di sé, ma su Dio).
  • Di conseguenza da un lato la fiducia è gesto libero, proprio perché nella fiducia non c’è alcuna costrizione, anzi, chi si fida va oltre anche il razionale (e a volte il ragionevole) e sembra sfidare l’impossibile proprio in forza della sua fiducia; d’altro lato, però, è naturale per l’uomo fidarsi, lo deve fare… per forza, in ogni scelta c’è sempre un margine non controllato dal calcolo e gestito proprio dalla fiducia. L’essere umano “deve” consegnarsi a qualcosa o a qualcuno, è fatto per abbandonarsi all’altro, a chi o a che cosa lo deciderà lui, ma non può farne a meno. E se per caso si metterà in testa di non volersi consegnare a nessuno (“io mi basto a me stesso”) diventerà prima o poi dipendente da qualcosa che lui stesso ignora.

Possiamo dedurre che l’atto del fidarsi è tipicamente e profondamente umano, e pure fondamentale per l’atto di fede (molti credono, pochi si fidano), così come è un atto assieme personalissimo e del tutto relazionale, ma è anche libero e assieme necessario.

Sorella quasi gemella della fiducia è la speranza, ma con una differenza significativa. Entrambe dicono la positività dell’atteggiamento profondo della persona, quel certo ottimismo che viene dalla fede, in particolare; entrambe dicono ancora l’atteggiamento aperto al futuro; ma mentre la speranza fondamentalmente attende dall’altro, forse con certa passività, l’attuazione del desiderio (o del sogno), la fiducia implica pure la disposizione interiore e attiva del soggetto che s’abbandona, che si consegna all’altro, alla vita, a Dio. C’è molta contiguità tra questi due atteggiamenti virtuosi.

Al  contrario, alla fiducia s’oppone una serie di atteggiamenti che vanno dal sospetto più o meno generalizzato all’agire calcolato, dalla diffidenza verso l’altro al rifiuto di far qualsiasi cosa che sia percepita al di sopra delle proprie capacità, dall’esagerata timidezza a un malinteso senso dei propri limiti, dalla paura dell’altro al timore di fare brutta figura, dalla prudenza che è falsa quando inibisce le scelte all’incapacità di sognare e desiderare in grande, dallo sguardo amaramente scettico su tutto e su tutti alla pretesa di fidarsi solo di sé e delle proprie cose, della propria gente e della propria razza…Insomma uno scenario niente male e per niente lontano dalla realtà che stiamo vivendo! E che va inevitabilmente a influenzare la capacità decisionale dell’essere umano: senza fiducia è molto difficile la scelta, particolarmente quella vocazionale.

Amedeo Cencini