La bugia più grande

di frate Daniele La Pera

Capita di sentirsi assediati da situazioni che opacizzano ogni esperienza di bene, come se non fossero mai state, come se non potranno più essere… la bugia più grande, la menzogna che meglio sa nascondersi dietro un’apparente verità. «Non ho più niente… niente», diceva a viso basso, mentre la solitudine scavava dentro, insaziabile. Stava seduto immobile senza più lacrime, sembrava le avesse versate tutte in silenzi pieni di commozione e lamenti appena soffocati. Tutti cerchiamo un posto dove poter sfogare il tormento più nascosto, dove depositare il peso di quella che a volte si rivela una difficile esistenza. Tutti cerchiamo qualcuno davanti al quale possiamo permetterci di star male, senza la preoccupazione di riempire un silenzio altrimenti imbarazzante. La necessità di sentirsi accolti nel proprio dolore definisce davvero uno degli spazi più umani, di cui sentiamo il bisogno e di cui possiamo essere capaci. «Non è vero, io sono qui, perché dici che non hai più niente?». Saper raccogliere il pianto dell’amico, avere qualcuno che non scappi di fronte alle nostre lacrime diventa un’occasione di riscatto dall’inganno del dolore… se non vi fosse qualcuno da cui andare a piangere potremmo quasi credergli. L’altro, allora, diventa come una sponda che ci permette di vedere oltre l’inganno. Come un libro, sul quale iniziamo a leggere il risvolto di una storia che ancora non conosciamo. Infatti “niente” presume assenza, vuoto, indicibile negazione, ma l’altro, nel suo esserci, nel suo rimanere ad accogliere le nostre lacrime, afferma il contrario, offrendoci già qualcosa da cui ripartire: l’amore che ci dimostra e noi stessi, che siamo degni del suo amore. Allora il “niente” torna a riempirsi, soppiantato in un cuore che impara a vedere oltre l’opaco del pianto. «Hai lasciato qui tutte le tue lacrime… le ho raccolte, non sono andate perdute».

«Le mie lacrime nell’otre tuo raccogli: non sono forse scritte nel tuo libro?»

 Sal 56 (57),9